Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore? Un’intervista a Giulia Cavaliere.

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Giulia Cavaliere, critica musicale, da anni dedica particolare attenzione alla canzone italiana. Ha scritto per Rolling Stone ItaliaIL MagazineLinusEsquire Italia e Il Mucchio Selvaggio. Romantic Italia, uscito lo scorso settembre per Minimun Fax, è il suo primo libro.

Conoscevamo già Giulia Cavaliere per i sui articoli, i suoi interventi in radio e per il suo apparire garbato sui social. Leggere Romantic Italiacome abbiamo già avuto modo di scrivere, è stato un viaggio bellissimo dal quale è scaturito un dialogo con l’autrice, persona disponibile e squisita. Le domande di questa intervista nascono un po’ anche da quelle chiacchierate. Grazie ancora a Giulia Cavaliere per la pazienza e la presenza.

 

Sei, nel tuo ambito professionale, una delle poche donne e, nonostante la giovane età, una voce autorevole. Nel lavoro ti concedi con un linguaggio che non taglia fuori il sentimento, fondando così una critica musicale non patriarcale.

 Siamo tante e copriamo diversi spazi lavorativi: dal giornalismo, all’organizzazione di eventi e direzione artistica, alla fondazione e conduzione vera e propria di nuove realtà di respiro internazionale. Il potenziale per fare e strafare in questo mondo è tutto nostro, se sembra che non ci si riesca o che siamo in poche, marginali, invisibili è perché ancora, dal panel all’evento, fino al posto libero in redazione da riempire, è evidente come lo spazio, specie se di rilievo, continui a essere riservato perlopiù agli uomini. Le cose sembra che ora si stiano un po’ muovendo ma il distacco, per usare un termine sportivo, resta abissale, difficile da colmare. Per quanto riguarda il giornalismo, poi, non ne parliamo: il maschilismo, quando non conclamato ed esplicito, si rivela latente anche in quelle che penseremmo, dovessimo guardarle da lontano, essere le menti più interessanti su piazza. Ci sono colophon di riviste stimatissime in Italia, riviste resistenti e con una vita lunga decenni che includono un numero di donne che varia da zero a uno a seconda del periodo. Una cosa inammissibile e vergognosa.

Quanto al mio linguaggio, che come dici include certamente il sentimento, non voglio pensare che abbia direttamente a che fare con l’essere donna. Purtroppo è vero che siamo abituati a pensare al mondo della critica musicale come una specie di campionato cameratesco dove si fanno gare di conoscenze enciclopediche, di dati tecnici e di aneddotica raffreddata. Naturalmente la musica non ha niente a che fare con questo e quindi neppure la critica può starsene lì, ce lo dimostrano anche molti critici uomini: il sentimento è fondamentale, centrale, addirittura può diventare proprio uno strumento critico. Faccio un esempio molto banale chiamando a rapporto un nome assai noto: basta leggere Lester Bangs su Lou Reed o su Nico – sono due nomi tra i molti che ha trattato ma ne potrei fare tanti altri – per capire quanto l’elemento emotivo/sentimentale sia nervo scoperto, attivo, ineludibile. Quello che mi interessa, in ogni caso, da sempre, è lo spazio percettivo, quello strettamente connesso alla ricezione della musica, a come l’uomo la ascolta, la accoglie, la fa propria. Proprio da lì, a mio avviso, è interessante partire.

Hai fatto di ciò che ami la tua professione. Cosa significa? Quale valore aggiunto e cosa hai dovuto lasciare fuori?

 La prima volta che ho pensato di fare questo lavoro avevo 9 anni, non sapevo niente di niente di musica ma mi piaceva tantissimo stare ad ascoltarla, restai incantata davanti alla TV quando, in un programma a tema musicale della prima serata, un famoso critico italiano prendeva la parola e offriva il proprio punto di vista su un dato pezzo o una data esibizione. Per me, che qualcuno potesse raccontare la musica con le parole, cioè provare a dire cosa stava accadendo in una canzone, era una specie di magia, qualcosa di fiabesco e sorprendente, così pensavo di continuo: io da grande voglio fare questo, voglio parlare delle canzoni come fa lui. In quarta ginnasio, con il mio primo computer, iniziai a scrivere una mia personale ‘Storia del rock’n’roll’, una cosa imbarazzante che mi è appena stata regalata come souvenir dal passato dall’unica persona a cui ebbi il coraggio di spedirla col mio primo indirizzo email. Ho iniziato a lavorare con le riviste di musica dieci anni fa e in questi dieci anni è successo di tutto, le cose sono cresciute, cambiate. La gavetta che di base è e deve essere, in forme diverse, pratica infinita, è stata per me sempre bellissima, se tornassi indietro ripasserei tutte quelle notti sveglia a scrivere, ovviamente gratis, di demo e opere prime di artisti sconosciutissimi su cui qualche volte avevo persino fatto la mia giovanissima scommessa – un nome? I Thegiornalisti. Il mio percorso è stato naturale, sempre in crescita, pieno di tantissime soddisfazioni, ma l’editoria è un mondo difficilissimo in Italia, inutile anche ribadirlo o forse importante farlo: farcela economicamente è quasi impossibile. Io al lavoro con le riviste, i giornali, la musica e la cultura, ho sempre dovuto affiancare un lavoro con uno stipendio fisso, pagato regolarmente: ho lavorato in agenzie di comunicazione e pubblicità per alcuni anni e poi in qualche redazione, cercando però sempre, davvero di lavorare comunque con le parole, e di portare quindi la scrittura il più possibile nelle mie giornate.

 

Mostri una profonda conoscenza tecnica, cosa ti forma?

 Non credo di avere particolari né profonde conoscenze tecniche, puoi trovare assai di meglio, su piazza, in questo senso – ride. Ho studiato musica per qualche anno poi a un certo punto ho capito che preferivo ascoltarla. La mia formazione è nell’ascolto allo sfinimento, nella lettura di libri di musica, non altro. Ascolto musica ogni giorno, tutto il giorno, a volte forse persino troppo, le persone ogni tanto mi dicono che nei discorsi collettivi capita che mi perda e che le parole mi portino dentro le canzoni, che io parli con le canzoni. Comunque per me la musica è veramente una presenza continua, costante. Quando non sono a casa penso al disco che metterò sul piatto al rientro. Non è una cosa solo mia, mi rendo conto, ma la musica mi definisce, è quello che sono. Non c’è molto da dire, semplicemente è così.

 

Parlando di formazione, dal pop al romanticismo, dedichi Romantic Italia ai tuoi genitori, che sono stati la tua prima finestra sul mondo della musica. Quando hai iniziato un tuo percorso di conoscenza autonomo, come ti hanno sostenuta?

 I miei genitori mi hanno cresciuta tra le canzoni in modo davvero naturale, come fanno due persone che amano la musica, con tutta la normalità tipica della loro generazione: non due esperti, non due maniaci della canzone, due che hanno sempre cantato e canticchiato, avuto un contenuto numero di dischi ottimi a casa e di musicassette in auto. Niente di invadente, nessun ascolto massiccio. Molta musica italiana, tuttavia, l’ho appresa prima dalle loro voci che dalle registrazioni dei brani. I dischi che avevamo in casa me li sono poi andata a cercare e scoprire uno a uno, come un segugio, da bambina trovavo esaltante stare a lungo a toccare le coste dei vinili, da adolescente ho cominciato a metterli sul piatto, distruggere puntine, consumare cassettine sepolte in casa. Ho maneggiato la musica con grande libertà, l’ho presa dalla mia casa e poi l’ho iniziata ad acquistare fuori. Il percorso di conoscenza, come dici tu, è stato del tutto autonomo, loro mi hanno fornito un buon habitat musicalmente parlando ma, sia chiaro, non sono cresciuta in una di quelle famiglie in cui la musica è una cosa fondamentale, sacra, in cui tutti la ascoltano tutte le sere. Io avevo mio padre che tornava a casa dal lavoro e ogni tanto metteva The dark side of the Moon sul piatto e mi diceva «senti, questa è una delle cose più belle del mondo” e mia madre che cantava Alberto Fortis o Jannacci nelle situazioni più disparate. Credo, a posteriori e al di là della mia singola esperienza personale, che non ci sia modo migliore per entrare in contatto con qualcosa: trovarsi tra le tracce di qualcosa fa venire voglia di ricostruire percorsi. Il libro è dedicato a mia madre e mio padre per una ragione che, poi, esula anche un po’ dalla musica e cioè una certa capacità che entrambi hanno, a volte essendone anche parzialmente ignari, di restituirmi una visione romantica della vita, questo in un senso per nulla svenevole, anzi, spesso in modi profondamente radicati in un certo realismo. Mi riferisco più che altro a un certo sguardo che entrambi hanno, a certi modi di sentire che condividono pur declinandoli o essendo arrivati a declinarli in modi diversi. Il libro è infatti per Paola e Alberto, per le loro due persone singole e poi insieme, che sono ben prima dei genitori di Giulia.

E a proposito di genitorialità, tra le varie strade che si possono percorrere, quale ti ha condotta ad un incontro importante come quello con Bowie?

 Anche qui, in qualche modo, c’entra ‘l’amore’. Quando avevo 13 anni, un’estate, in una situazione collettiva che non sto a spiegare, ho conosciuto per la prima volta un dj, era parecchio più grande di me e me ne invaghii per almeno due ragioni: mi piaceva molto vederlo entrare in contatto con la musica, maneggiarla, parlarne e poi aveva uno sguardo veramente mai visto prima, occhi bellissimi. In ogni caso una sera alcuni amici lo colsero a parlare di un certo “Devid Baui” (questa la pronuncia con cui mi venne riferito il nome) con una ragazza, una che quantomeno era maggiorenne, e mi riportarono questa cosa. Io mi ingelosii – forse fu una delle prime volte in cui mi ingelosii nella mia vita – e quel nome in qualche modo mi rimase impresso. Mesi dopo, a casa, stavo rovistando tra le cassette dei miei e trovai questa TDK di mio padre con scritto Ziggy Stardust – David Bowie, capii che si trattava proprio di quel tizio di cui quel dj stava parlando con la ragazza. Così misi la cassetta nel mio stereo e, da quel momento, persi la testa per Bowie. Ora ci vorrebbe uno spazio lunghissimo per raccontare con precisione come io e quel dj, un decennio e mezzo dopo ci siamo ritrovati proprio grazie a questa storia e di come sia stato suo il primo messaggio ricevuto all’alba del giorno in cui Bowie è morto, nonché del fatto che, grazie a Romantic Italia, alcune settimane fa, ci siamo rivisti dopo esattamente vent’anni. Non c’è abbastanza spazio ma… un po’ una fiaba, vero?

 

Leggendoti si incontrano suggestioni che vengono dal passato. Attingi a immaginari e ricordi che trasmetti con efficacia, provocando un effetto “Madeleine”. Cosa prova una giovane donna ad abitare questi spazi?

 Non mi sono mai sentita né giovane né vecchia e neppure ho fatto mai particolarmente caso al tempo, che penso sempre come una convenzione, e basta. Non esistono cose di ieri e di oggi, esistono cose interessanti e cose non interessanti, a me piacciono molte cose del passato perché le ritengo importanti, mi ci sento profondamente in connessione. Non si tratta di nostalgia, si tratta di gusto, sento mie quelle cose, mi piacciono, mi risuonano, ma se fossero fatte oggi o domani mi piacerebbero ugualmente, come peraltro mi piacciono e mi interessano tanta arte, tanta musica del mio tempo, e in generale mi interessa molto la contemporaneità.

Perché hai ritenuto importante parlare d’amore?

Perché non esistono due cose che più si corrispondano dell’amore e la musica, sono arrivata a pensare che, anzi, siano in qualche modo la stessa cosa, non è quindi sorprendente che si alimentino l’un l’altro. Mi piace il modo in cui l’amore entra nella vita degli esseri umani, la sconvolge, repentinamente o lentamente, spalanca loro le braccia, e tutte le possibilità, mi ricorda quello che fa una canzone, quello che fa la musica dalla quale, una volta ascoltata, una volta che gli si è concesso spazio nella nostra storia di persone, io credo, non si torna indietro più. Mi piacciono le cose sconvolgenti

Sicuramente il pop e la canzone nascono e sono plasmati da fattori ambientali, costume e cultura corrente. Pensi, viceversa, che particolari forme di pop e di canzone possano servire da elementi di rottura e agire un cambiamento?

Mi stai chiedendo se la musica può cambiare il mondo? Nel caso uso la solita vecchia risposta, che peraltro è verissima, secondo me: non cambia il mondo ma cambia le persone, può cambiare le persone e siccome sono le persone a fare il mondo, sì, può cambiare anche il mondo. Il punto è che però va ascoltata davvero, così come i libri vanno letti davvero, i film visti davvero. E con davvero intendo in profondità. Voglio dire che se una canzone ti dice qualcosa e quella cosa tu poi la applichi alla tua vita (cose come prendere decisioni importanti, scegliere di agire in una determinata direzione, anche in cose molto semplici come lasciare qualcuno che non ami più, fare quello che desideri veramente etc.), quella canzone ha cambiato il mondo, perché ha cambiato la direzione di una persona, l’ha aiutata, anche. A me è successa questa cosa con certi libri, per esempio. Non ogni canzone fa le stesse cose sulle stesse persone. What is love? Baby don’t hurt me, no more. Anche il verso di una vecchia hit dance può cambiare le cose. Ne ho scelto uno a caso, ma ci siamo capiti. Tutto sta, ancora una volta, in chi riceve. La ricezione, il momento dell’arrivo, è tutto.

A questo proposito nel tuo libro affronti più di una volta il discorso d’amore visto da un’ottica femminile che va a decostruire e spesso a rompere ingiusti stereotipi di genere. Vuoi parlarcene?

La rivoluzione sessuale ha influito molto anche sul racconto amoroso della canzone italiana, nel libro porto come esempi certi pezzi di Loredana Bertè, di Rettore, di Anna Oxa, in alcuni casi scritti da donne e in altri anche da uomini. Comunque, a partire soprattutto dalla seconda metà dei Settanta, succede una piccola rivoluzione nel racconto della donna che si rapporta al maschio e in generale alla sessualità, al piacere e all’amore – e dico piccola perché questa rivoluzione, io credo, non è ancora finita oggi. Io ho cercato di dare spazio a questa evoluzione e mi sono divertita tantissimo, ci sono state interpreti grandiose che hanno veramente graffiato lo specchio del maschio autocompiaciuto e hanno saputo espandere l’orizzonte del racconto erotico-sentimentale nelle nostre canzoni.

La musica è un’esperienza che ha una completezza tale da prevedere, nel momento in cui se ne scrive, un elemento di sottrazione. Parlare di musica è come dover fare una sorta di lavoro di traduzione tra due registri. Trovi una corrispondenza? Scrivere di musica ti placa o ti accende?

C’è un disco di Leo Ferrè che si intitola: “La musica mi prende come l’amore”. Mi accende, quindi, sicuramente, ma credo dipenda da come sono io e da come scrivo abitualmente, da com’è il mio processo di scrittura che, generalmente, è abbastanza smisurato, nel senso che mi porta a entrare in una sorta di stato di trance, per cui non sento più niente, il tempo passa e non me ne accorgo fino a quando non ho finito. Se c’è qualcuno con me quel qualcuno sparisce fino a quando non ho salvato il documento.

Ho sempre fatto così, voglio dire, non per mia volontà, è sempre andata così. Non c’è nessuna altra attività solitaria in grado di astrarmi e insieme portarmi alla concentrazione così totalmente.

E veniamo a Romantic Italia. Proponi una playlist composita, mostrando grande ricercatezza, studio e riflessione. Un punto di forza di questo libro sta proprio nel riuscire a mettere insieme celeberrimo e dimenticato, colto e commerciale, vecchio e nuovo, cantautorato e interpretazione in uno studio ragionato e coerente del pop e della canzone d’amore italiana. Da dove viene tanta ricercatezza e conoscenza? Cosa è rimasto fuori? Quanto ti è costata l’esclusione?

Sono rimaste fuori 20 canzoni, prima di tutto, che già sono praticamente scritte, poi tante altre ma diciamo che non volevo scrivere un’enciclopedia, piuttosto creare un viaggio musicale narrativo nella love song italiana che racconta l’istante dell’amore o usa particolare formule narrative di racconto. Avrei potuto metterci questa e quella, sicuramente, ma cosa sarebbe cambiato? Non molto, il metodo, qua, è quello che conta. L’approccio che ho scelto per Romantic Italia potrebbe essere applicato a molte altre canzoni e mi piace che, chi legge il libro, poi lo faccia, e magari me lo dica. Il mio è un ragionare sul ragionar d’amore. Mi dispiace che alla fine lì dentro non ci siano Colapesce, i Diaframma, che non ci sia Va bene, va bene così di Vasco Rossi ma a ben vedere, ci sono anche loro.

A quale pubblico pensavi di arrivare? Stai ricevendo nuovi input dalle presentazioni?

Volevo arrivare potenzialmente a tutti, non volevo in alcun modo che questo libro fosse per addetti ai lavori, anzi, mi piaceva l’idea della trasversalità del tema e dell’approccio scelto. Per me pop è pop e deve essere per chiunque voglia, il libro è stato scritto pensando costantemente a cercare un linguaggio che fosse non tecnico e non didascalico, cioè cercando un registro che fosse narrativo e comprensibile e godibile per chiunque cercando di non rinunciare al mio taglio e alla mia presenza.

Le presentazioni sono sempre fantastiche, non avrei mai pensato a nulla del genere ma sono l’ossigeno di questo libro: è straordinario vedere le persone che lo hanno letto ed amato e quelle che ascoltando restano colpite e se lo vanno a comprare e se lo leggono e poi mi scrivono e mi dicono cose su questo lavoro che io non avevo mai pensato, impressioni, sguardi, coinvolgimenti personali. Ho ricevuto testimonianze di lettura e di ingresso di questo libro nelle vite di alcune persone che sono state commoventi. Provo veramente grande gratitudine.

Vuoi parlarci del languore che cela la bellissima copertina di Agnese Pagliarini?

Con Agnese Pagliarini, che è veramente bravissima, abbiamo parlato a lungo della copertina, all’ultimo Salone del Libro di Torino siamo rimaste un’ora a cercare una sedia, un riparo dalla pioggia parlando di suggestioni e mondi che erano parte di Romantic Italia o lì confluivano o ancora da lì originavano. Volevo che ci fosse l’idea dell’amore del primo appuntamento, quella frenesia romantica, ma pure desideravo tantissimo che non ci fosse una rappresentazione vecchia dell’amore e della canzone: niente falò e petali di rosa, per intenderci. Allo stesso modo non volevo che la canzone si stilizzasse nella chitarra. Mi piaceva che ci fosse un elemento un pochino soft porn, colante, come questo cono gelato: l’amore da leccare, che scivola via veloce e va preso tutto, gustato tutto. Il libro è pieno di questo sentimento e in generale delle declinazioni d’amore più erotiche, appassionate, dove al centro c’è, insomma, il desiderio.

Agnese è stata eccezionale, ha preso tutto questo e l’ha messo su un microfono, che poi nel gergo italiano del pop televisivo si chiamava proprio ‘gelato’, il risultato per quanto mi riguarda è perfetto, da quando l’ho visto la prima volta è stato ogni giorno di più in linea con il mio lavoro. Ogni volta che guardo questa copertina mi piace. E poi tutti se la vorrebbero mordicchiare e leccare. Il massimo. Non aggiungo altro sulle canzoni d’amore italiane in cui c’è il gelato come elemento, snodo, o protagonista metaforico: da Gelato al limon a Cara di Lucio Dalla, però, insomma: potevo chiedere/ottenere di meglio? Dico di no.

E infine: che cosa resta (del discorso d’amore)?

Tutto. Tutto l’amore che dobbiamo fare ancora, tutto quello che ancora dobbiamo cantare e ascoltare. Non finisce mai finché siamo qua, non è mai finita.

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