Aspettando i Naufraghi. Un’intervista a Orso Tosco

Orso Tosco, 1982, è scrittore e sceneggiatore. Aspettando i Naufraghi (Minimum fax, 2018) è il suo primo romanzo.

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Ambienti il tuo romanzo in una struttura che ospita malati terminali, all’esterno della quale imperversa la fine dell’umanità per come la conosciamo. Ciononostante trovano spazio delle storie e tutta la vasta gamma dei sentimenti umani. Come funziona l’immaginazione che sceglie una condizione di disastro? Cosa ti forma come scrittore?

Ho scritto Aspettando i Naufraghi in un periodo molto cupo della mia vita, un periodo in cui nei confronti del mondo e della gente provavo una rabbia feroce e vaga (il tipo di rabbia più pericoloso, perché utile a condannare chiunque e quindi nessuno). Lavorare in un contesto dominato dal disastro e dalla distruzione mi è servito, da un punto di vista personale per appagare il mio risentimento, e da un punto di vista narrativo per arrivare dritto al cuore di ciò che mi premeva raccontare: la fine imminente, vista con gli occhi di chi già si preparava a morire, e la fine imminente vissuta da un padre e un figlio. La distruzione funge da filtro, eliminando molti elementi legati alla quotidianità e finendo col mettere in risalto quei pochi elementi che, invece, ostinatamente resistono (l’ostinazione e la speranza, entrambe immotivate, sono due degli elementi fondanti del libro).  Per quanto riguarda la mia formazione come scrittore, credo sia stata disordinata e furibonda come la mia vita. Purtroppo, ho una pessima memoria, per fortuna, ho un buon orecchio. Ho pochi vizi ma molto ben radicati, e lo stesso si può dire delle ossessioni, ossessioni letterarie incluse.

Scrivi di una situazione che volge a un termine, per l’attesa dei Naufraghi e per la condizione terminale della maggior parte dei protagonisti. Paradossalmente, proprio qui, si respira ancora speranza. Disperazione e speranza, come si dosano e dove si intersecano?

Se ha ragione Goethe quando afferma che “Chi non si ricorda del bene, non spera.”, è altrettanto vero che si dispera soltanto colui che ha conosciuto la gioia, o chi per lo meno è stato in grado d’immaginarla. Credo che speranza e disperazione siano dominate dall’intensità, e che l’intensità vada affrontata come un onda, inchinandosi nel cuore stesso di quel movimento maestoso, sperando di avere fiato a sufficienza per vederne la fine, e augurandosi di sbucare dalla parte giusta; se una parte giusta c’è.

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Cos’è per te la speranza?

Nelle ore peggiori, la considero l’unica forma d’ignoranza che meriti indulgenza. In quelle meno oscure, vedo la speranza come un tributo, raffazzonato, da dedicare allo splendore del mondo, o meglio, un tributo all’ipotesi, altrettanto raffazzonata, che il mondo sia un luogo splendido e inspiegabile.

Il tuo stile narrativo è ricco e molto descrittivo. I Naufraghi, al contrario, non hanno più individualità, hanno abbandonato il linguaggio e agiscono come soggetto collettivo. L’azione diventa l’unico mezzo di espressione. Quale lavoro hai fatto sul linguaggio per arrivare a questa sottrazione?

I Naufraghi sembrano aver barattato la propria individualità con l’appartenenza ad un “istinto nuovo” molto simile a quello che regola le colonie degli insetti. Ho cercato, in pratica, d’imitare le formiche, che dialogano attraverso secrezioni odorose molto complesse, radicalizzando ancora più questo tipo d’approccio. M’interessava dimostrare come sia indispensabile disporre di un linguaggio per descrivere cosa si prova quando si soffre per amore, e come se ne possa fare tranquillamente a meno se si sceglie di radere al suolo una città o una nazione.

Tutti i personaggi praticano una loro qualche forma di resistenza e, allo stesso tempo, di commiato. L’esperienza umana accompagna, generalmente, la resistenza alla speranza e il commiato all’abbandono. Quali necessità ti hanno mosso nel far coesistere questi due moti?

Sia il commiato che la resistenza poggiano su una stessa base comune: per  arrivare al commiato e alla resistenza, infatti, bisogna prima selezionare un numero molto ristretto di elementi (persone, ideali, luoghi) ai quali valga la pena di dedicare tutto ciò che si ha.

Venendo meno la struttura sociale per come l’abbiamo conosciuta finora, i personaggi non sono più tenuti a sottostare a determinate dinamiche relazionali e comunicative. Questa individualità della storia ci sembra non attinga a un individualismo di fondo o una concezione esistenzialista dell’uomo, ma che getti le basi per un romanzo corale. Che libertà narrative ti ha concesso?

Ci tenevo enormemente a evitare l’effetto “mal comune, mezzo gaudio”. Volevo sottolineare come, persino dinnanzi ad un identico destino così simile a una condanna a morte, ognuno dei miei personaggi riuscisse a preservare la propria diversità rispetto agli altri. Volevo una comunità, e le comunità sono formate necessariamente da elementi molto diversi tra loro che trovano o sono costretti a trovare un “accordo”.

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Uno dei personaggi più interessanti è Bibiana: malata terminale, compie il suo atto di ribellione allontanandosi dalla struttura, rigettando il suo destino, e creando una setta. A differenza dei Naufraghi che, per quanto temibili, sono una realtà autentica, la setta di Bibiana porta con sé uno dei temi ricorrenti del libro, quello dell’illusione.

Io credo che l’illusione rappresenti uno dei risultati più nefasti e al tempo stesso più ammirevoli della nostra specie. Necessita di una enorme capacità d’astrazione e di una altrettanto poderosa incapacità d’accettazione. Questo connubio può dar vita agli abomini più nefasti come alle magnificenze più incredibili.

In alcuni passaggi del libro i personaggi, mossi dall’urgenza, abbandonano il linguaggio per l’azione. Nella corrispondenza tra umanità e linguaggio, il germe dei Naufraghi è già in loro. Chi sono, per te, i Naufraghi?

I Naufraghi rappresentano la reazione, furiosa e implacabile, ad una realtà ingolfata: ingolfata di cattivo linguaggio, di orribili promesse, di analisi volutamente sbagliate. Quando penso a loro, mi capita spesso di sentire una voce pronunciare il verso di Fortini “Grande fosforo imperiale, fanne cenere.”. Però, al contempo, i Naufraghi sono un enigma, sono indecifrabili, nessuno infatti può sapere, di sicuro non io, a quali gesti e a quali azioni si dedicheranno una volta che il mondo sarà esclusivamente loro.

Che legame c’è, in questo libro, tra violenza e amore?

Credo che l’amore nel mio libro somigli in qualche modo ai narcotici. L’amore offre infatti intensità e visione, ma in cambio distrugge e mutila. Eppure, nonostante i danni provati, nonostante le violenze subite, è dall’amore che si ritorna per elemosinare un momento in più, uno ancora.

Aspettando i Naufraghi è lo svolgimento dell’attesa della morte. Come termina un libro che parla di fine?
Con una dissolvenza al chiaro, con un bagliore.

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