La felicità si sceglie. Be free, be happy: un’intervista con Antonella Petricone.

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Antonella Petricone nasce e vive a Roma. Nel 2003 Si laurea in Scienze Umanistiche con una tesi sul carteggio d’amore tra Sibilla Aleramo e Lina Poletti. Nel 2008 consegue il Dottorato di ricerca in Storia delle Scritture Femminili con una tesi su “La memoria dei corpi, i volti della violenza. Tra vissuti e narrazioni, dialogo tra Etty Hillesum e le donne sopravvissute alla Shoah”.

Ha frequentato il Master di I° livello in Formatori esperti in Pari Opportunità, Women’s Studies e Identità di Genere” presso l’Università di Roma Tre. Ha scritto per Delt@ news, quotidiano delle donne on-line, edito dalla Cooperativa editoriale “Genera”, presso cui ha conseguito il tesserino da pubblicista.

È socia fondatrice di BeFree, Cooperativa sociale contro tratta, violenze e discriminazioni. Da giugno 2017 è Presidente dell’associazione socio culturale Le funambole.

Appassionata di politica, letteratura e storia delle donne, segue diversi laboratori di donne e scuole politiche dedicate alle questioni di genere. Fa parte della staff del campo femminista di Agape dal 2011. È ideatrice e organizzatrice della scuola estiva di politica delle donne della Cooperativa sociale Befree arrivata quest’anno alla sua settima edizione.
Ha pubblicato: “Raccontarsi attraverso l’Altra: vissuti e narrazioni per dire l’indicibile”, in MGF: corpi consapevoli e integrazione nello stato di diritto, Ed. ISTISSS, Roma 2009; “Turba/menti di sguardi e di corpi in: Figure della complessità. Genere e Intercultura”, a cura di Liana Borghi e Clotilde Barbarulli, ed. Cuec, 2004; “Il desiderio che si racconta”, in Leggendaria, Memorie, n. 60, gennaio, 2007; Figur/azioni in «Leggere donna», n. 126, gennaio-febbraio, 2007 ed altri contributi sulle donne e la Shoah e la prostituzione forzata nei lager nazisti di cui ha curato una mostra nel 2008 presso il Museo di Via Tasso di Roma.

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Siamo un collettivo che nasce con l’intento di occuparsi principalmente di letteratura. Sei laureata in Scienze Umanistiche, hai un dottorato in Storia delle Scritture Femminili e sei impegnata da sempre nel femminismo. Quanto la letteratura ti è servita da traccia e strumento di interpretazione?

Ho conosciuto il femminismo attraverso la letteratura femminile, durante un corso di letteratura all’Università, dedicato interamente ad alcune delle più grandi scrittrici del 900, Sibilla Aleramo, Fausta Cialente, Alba De Céspedes e tante altre… ho iniziato a prendere consapevolezza di una scrittura che veicolava contenuti e immaginari a cui non ero mai approdata, ho sentito che quel corso parlava di me in qualche modo, mi riguardava e ho sentito che mi emozionava terribilmente. Da quel momento la scrittura, le donne, la letteratura esplorata attraverso questo sguardo, si è impossessata di me, me ne sono innamorata follemente e non l’ho più abbandonata. Ancora oggi, a distanza di anni mi nutro di questo innamoramento che non svanisce mai…

La letteratura è stata uno strumento critico essenziale, uno strumento di conoscenza e di consapevolezza femminista, un luogo di incontro e di scambio politico, un luogo di rivelazione del mondo intorno a me attraverso uno sguardo di genere. Il femminismo per me è stato innanzitutto un femminismo letterario… poi con gli anni, è diventata pratica politica ed oggi è vita ed essenza di ciò che sono, che potrei essere, che vorrò diventare. È per me la dimensione dell’esistenza pura e semplice.

Il percorso che ha portato alla tua tesi di dottorato, sulla memoria dei corpi e i volti della violenza delle donne sopravvissute alla Shoah, ti ha portata ad interessarti alle narrazioni delle sopravvissute ai campi di sterminio nazisti costrette alla prostituzione. Quanto tutto questo ha inciso nel tuo impegno contro la tratta?

 In realtà, il percorso che ho intrapreso per arrivare alla mia tesi di dottorato è stato possibile proprio per il mio lavoro pregresso nei centri antiviolenza, in particolar modo nei centri in cui ho operato principalmente come operatrice antiviolenza, accogliendo donne con vissuti legati alla violenza domestica nella maggior parte dei casi o donne vittime di violenza in senso più ampio. È questa competenza, formatasi attraverso il lavoro continuo nei centri antiviolenza, che mi ha permesso di affrontare una tesi del genere utilizzando categorie di analisi politica e femminista che mi hanno permesso di entrare in un tale vortice di dolore senza il bisogno di estraniarmene. Ho rivendicato la mia posizione di partecipazione emotiva a questo argomento, facendomi forte degli strumenti che la pratica politica all’interno dei centri, mi ha dato. Ho attraversato la storia di una violenza a caratteri cubitali, con la consapevolezza che quella violenza, in forme, modi, contesti storici, sociali e politici diversi, è una ferita ancora aperta e per molte donne ancora attuale. Ho provato a leggere la storia di alcune donne, che sono state cancellate dalla storia ufficiale, cercando di restituire, come faccio oggi nel mio lavoro, a quelle voci inascoltate, una dignità che è semplicemente la dignità dell’esistere attraverso l’essere nominate. Quando mi occupo di violenza, oggi, lavoro tenendo presente quella stessa necessità. La violenza oggi, ha ancora bisogno di essere raccontata nella sua verità.

La tua formazione e i tuoi interessi hanno trovato una naturale collocazione nella frequentazione di numerosi laboratori di donne e scuole politiche dedicate alle questioni di genere. Tutto ciò si inserisce nella tradizione dei femminismi: la trasmissione di saperi, affetti e pratiche, la creazione di archivi in contesti di scambio e confronto docente-discente non frontale. Quanto queste pratiche sono state fondanti? Quanto nel tuo impegno attuale c’è di esse? Quanto ancora ti danno?

La mia prima scuola politica dedicata allo studio e alla cultura delle donne risale al 1999 o giù di lì non lo ricordo più benissimo. È stato l’inizio di una relazione con le scuole e i saperi delle donne che non ha avuto più una fine. Le scuole estive sono state la mia venuta al mondo come donna e come femminista. Hanno consolidato quella parte della formazione accademica che mi avrebbe poi condotto verso l’amore per gli studi delle donne e quindi verso quel tanto desiderato dottorato di cui ho accennato sopra ed hanno realizzato e reso possibile uno scambio e un desiderio di conoscere le esperienze delle altre attraverso la relazione e il contatto tra corpi, desideri, nuovi mondi, nuove ottiche, nuovi sentire…

La scuola è il porto da cui sono salpata, negli anni questo viaggio si è arricchito di stimoli e di presenze sempre più forti, oggi non ne potrei più fare a meno, tanto che dopo anni e anni di partecipazione alle scuole politiche estive e ai laboratori, forte dell’esperienza di Befree e del suo bagaglio prezioso, ho deciso di fondarne una tutta mia, tutta nostra che da sette anni ormai costituisce un punto fermo, saldo e di vitale importanza per tante donne che si sono avvicinate al femminismo attraverso l’esperienza della relazione tra donne, del confronto e dello scambio.

In ogni cosa che faccio, in ogni mia azione o pratica politica, la scuola resta un punto di riferimento a cui mi aggrappo ogni volta che sento minato il terreno della politica femminista e del valore delle relazioni.

 

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Sei una delle socie fondatrici di BeFree, cooperativa sociale contro la tratta, le violenze e le discriminazioni. A quali esigenze rispondeva la nascita di questa realtà? Come si è evoluta e sviluppata nel tempo?

BeFree nasce nel 2007. Allora eravamo una decina di donne provenienti già da esperienze professionali e formative nel campo della violenza contro le donne, la tratta e la violenza di genere, che hanno deciso di unire le forze e mettere al centro un modo nuovo di operare in questo campo, e hanno fondato una realtà a partire da desideri, sogni, aspettative che da tempo non avevano più un luogo in cui potersi realizzare. Befree nasce da un sogno, il mio e di altre compagne, alcune amiche strette, altre conoscenti incontrate strada facendo, di lavorare come operatrici nei centri antiviolenza, di stare accanto alle donne vittimizzate dalla violenza, di stare nei luoghi del dolore, ma di starci insieme, formate, preparate, pronte a combattere la violenza senza mezze misure, senza sconti, senza timori e paure. Nel tempo BeFree è diventata una realtà sempre più grande e riconosciuta, fino ad essere un punto di riferimento essenziale sul territorio di Roma e Provincia ed ha potuto estendere la sua metodologia anche fuori i nostri confini territoriali più vicini, in Marsica e a Campobasso dove sono stati aperti, da poco tempo, due centri antiviolenza di Befree gestiti da professioniste del luogo, che si sono formate ed hanno consolidato questa pratica della trasmissione dei saperi e delle conoscenze professionali e delle pratiche proprie di Befree fino a farne un loro bagaglio personale e a investirlo in un progetto comune autonomo.

L’impegno di BeFree prevede anche il relazionarsi con le istituzioni. Quali aperture e quali difficoltà incontrate?

La scelta di relazionarsi con le istituzioni per Befree è stata, da subito, una scelta consapevole e voluta. La scelta nasce da una consapevolezza maturata in anni di lavoro e di militanza nei luoghi in cui si affronta e combatte la violenza. Quella di far riconoscere alla società tutta e quindi anche e soprattutto alle istituzioni che ne rappresentano una parte importante, la legittimità della violenza e la sua pervasività nel tessuto sociale e culturale nostro paese. La violenza non è un affare di donne e non va relegata solo alle associazioni o alle donne che se ne vogliono occupare con dedizione e responsabilità. La violenza è anche un affare dello stato che ha il dovere di prevenirla, affrontarla, riconoscerla e contrastarla. Mi è difficile parlare di aperture da parte delle istituzioni, in questi anni la battaglia per implementare i centri antiviolenza e i servizi dedicati alle donne che subiscono situazioni di violenza, è stata ed è ancora una battaglia che si combatte quotidianamente, aperture ce ne sono state, ma purtroppo anche tante chiusure, basti pensare a sportelli antiviolenza di valore inestimabile che sono stati chiusi o a luoghi delle donne che sono in pericolo di sfratto e di chiusura. Le difficoltà sono ormai all’ordine del giorno, una mancanza di risposte adeguate e spesso anche insufficienti rendono questo lavoro una difficile e sempre più estenuante lotta per la sopravvivenza.

Ma noi resistiamo!

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Il tuo impegno ti porta ad incontrare situazioni di dolore, spesso di difficile risoluzione. Quanto costa umanamente avvicinarsi al dolore?

In questi anni di lavoro, ho imparato a stare dentro al dolore delle donne. Non si improvvisa, anche su questo, non basta essere bendisposte o avere uno spirito caritatevole, il dolore non lascia via di scampo se non lo si affronta a duro muso con competenza, sensibilità e preparazione. Essere pronte ad accoglierlo e a non averne paura, non comporta non esserne colpite, esposte o non restarne umanamente condizionate. La grande scommessa che un’operatrice antiviolenza gioca con se stessa e con il suo lavoro consiste proprio in questo attraversamento, equipaggiata, come ogni grande e difficile viaggio, di tutti gli strumenti che le occorrono. I primissimi anni che lavoravo nei centri antiviolenza, portavo dentro di me il dolore delle donne che incontravo, mi restava incastonato dentro, lo sentivo forte, vivo, pulsante così come vi veniva raccontato, donato e me lo portavo a casa, facendolo entrare nel mio quotidiano. Con il tempo, il lavoro su me stessa, la pratica femminista nei centri e nella vita, l’attenzione sempre vigile su di me e il contesto intorno a me, imprescindibile per chi decide di dedicarsi a questo genere di pratiche che hanno a che fare con la relazione tra donne, la cura, il sostegno, l’esperienza sul campo e il sostegno delle compagne d’equipe, ho imparato a gestire il dolore, a riconoscerlo in ogni sua manifestazione o aspetto, nelle sue pieghe sincere ma anche in quelle meno sincere, ho imparato a legittimarlo senza farlo diventare mio, senza farmene risucchiare. Ho capito che se fossi stata più salda io, anche la donna difronte a me ne avrebbe giovato, senza incorrere in atteggiamenti paternalistici, vittimistici o troppo consolatori. Ho capito quanto può essere coraggioso il confine che si riesce a stabilire tra noi, le altre, il proprio sentire e quello di chi ascoltiamo. Il dolore oggi, non mi spaventa e non mi fa paura, so come attraversarlo. E so che le donne che sentono il bisogno di esprimerlo, hanno il diritto di farlo affidandosi ad una donna che sente, riconosce, ascolta e comprende, ma che non cade insieme a lei in quel pozzo spesso oscuro in cui a volte è necessario calarsi per poter rivedere la luce in superficie. Dentro a quel pozzo io entro con le donne, ma con la consapevolezza di una fune che le sorregga e che sorregga me.

Lavori in una cooperativa che si occupa di donne, anche i tuoi studi hanno avuto come soggetto e oggetto le donne. Gli uomini, che pure hanno una parte in tutto questo, spesso in negativo, si sentono interrogati e coinvolti? C’è collaborazione?

Non so rispondere a questa domanda se non nella misura in cui ripercorro tutte le varie tappe che mi hanno portato, oggi, a lavorare per combattere a violenza a 360°. In questo percorso entrano anche gli uomini, sì, ci entrano nella misura in cui ci è stato chiaro da subito che contrastare la violenza privilegiando come nostre interlocutrici solo le donne, non era sufficiente. Ci entrano nella misura in cui gli uomini, quanto le donne, hanno bisogno di fare un percorso di consapevolezza rispetto alla loro identità e ai loro ruoli, spesso costrittivi, oppressivi tanto quanto quelli femminili. Il lavoro educativo che ho il privilegio di svolgere nelle scuole, me lo conferma ogni giorno. Ci entrano nella misura in cui gli autori di violenza, nel mio lavoro di contrasto alla violenza maschile sulle donne e alla violenza di genere, sono gli uomini e in quanto tali, non possono e non devono essere esclusi da questo discorso, ma devono diventare interlocutori preziosi tanto quanto. Insieme si può scardinare un sistema culturale sessista e patriarcale, insieme, nel rispetto delle differenze e dei percorsi, si può portare avanti una battaglia che ci vede in campo entrambi. Gli uomini, in senso generale (anche se non mi piace generalizzare) non sentono ancora di poter prendere parola sulla violenza, o non lo vogliono fare, questo io non lo so, mi piacerebbe capirlo con chi ha voglia e desiderio di mettersi in gioco. A scuola, quando affronto la tematica della violenza contro le donne, i maschietti, alcuni, si irrigidiscono e si sentono chiamati in causa in negativo, sentono che il loro essere maschi li fa appartenere ad un genere che è visto come violento, aggressivo, prevaricatore. È importante partire da questo immaginario per scardinare quei pregiudizi ancora molto forti che limitano la libertà di essere se stessi e se stesse di tanti bambini e bambine. Altro non aggiungo perché, ripeto, non mi piace generalizzare parlando di altri. Non mi sostituisco a chi dovrebbe prendere parola e sentirsi chiamato in causa senza che siano le femministe a incoraggiarlo. Mi auguro che una presa di consapevolezza in tal senso, sia sempre più realizzabile. Per il momento, sono felice di poter avere una rete di referenti uomini con cui è sempre una grande fonte di scambio e di ricchezza poter condividere pratiche e saperi.

Hai fatto del femminismo il centro della tua vita. Quali ricadute ha questa scelta nel tuo quotidiano? Quanto costa? Cosa di buono porta con sé?

Di buono tutto ciò che ho raccontato sopra. Il prezzo che ho pagato, è stato una continua mediazione tra chi mi additava come la femminista ideologica della situazione, in senso a volte dispregiativo, e chi riusciva a cogliere da questa mia esperienza e pratica di vita, una risorsa e un punto di luce sul mondo. In anni passati, ho spesso dovuto lavorare sulla rabbia che mi suscitava ogni minima provocazione indirizzata a colpirmi, nel privato, in quanto femminista. Ho anche affrontato separazioni e abbandoni in nome di una coerenza con me stessa a cui non rinuncerei per nulla al mondo. Oggi, chi mi conosce e mi riconosce, sa che il mio essere femminista è per me fonte di orgoglio e di sicurezza.

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Con BeFree organizzi da sette anni una scuola politica estiva. Quest’anno il tema è stato la politica delle felicità. Ci sembra una scelta interessante e fertile. Vuoi parlarcene?

Si certo, con piacere vi riporto quello che ho scritto quest’estate proprio in occasione dell’inizio della scuola politica.

Perché una scuola sulla politica della felicità?

Perché la felicità è una pratica che si impara, non è scontata, non è data…

La felicità si sceglie.

Nei banchi di scuola, da quattro anni a questa parte, in mezzo a bambine e bambini, ho toccato con mano cosa significhi insegnare la felicità…

Le bambine non lo sanno, non conoscono fino in fondo il significato dell’essere felici per ciò che sono e non per ciò che sanno fare o produrre. A scuola si insegna la “felicità del fare”, del mettere in pratica, del risolvere, fondamentale, senza dubbio, ma si tralascia la felicità del volersi bene. Parto da questo assunto, forse pretestuoso, ma per me centrale. Goliarda Sapienza scriveva: “Se solo…se solo le madri, le insegnanti a scuola, aiutassero le ragazze a scoprire la gioia di essere pienamente donne, di viversi una sessualità felice. Piuttosto che a prevenire, temere gravidanze, inganni, malattie e stupri, le ragazze dovrebbero essere educate ad amare e a farsi amare con gioia. Ecco cosa sarebbe davvero rivoluzionario”.

Nessuno insegna loro ad esserlo. Crescono senza sapere che la felicità è un diritto e che loro, in quanto giovani creature alla soglia dell’adolescenza, possono rivendicarlo e farne una battaglia di esistenza comune. Invece non è così. Tra i banchi di scuola le bambine e i bambini vivono sulla loro pelle le conseguenze di una società infelice che uniforma il sapere e lo rende fruibile per il mero raggiungimento di obiettivi economici e neo liberisti. In tale quadro, la felicità femminile in particolare, non è affatto prevista, e come scriveva Alessandra Bocchetti, in questo senso è assolutamente rivoluzionaria.

Le bambine pagheranno a caro prezzo la mancata adesione a quella pratica della felicità che dovrebbe investire ogni ambito del loro sviluppo, dalla capacità di vedersi uniche e preziose, alla capacità di sentirsi capaci e forti, alla gioia di riscoprirsi differenti dai loro coetanei ma non per questo meno capaci. Si, perché per me, la felicità è una pratica di libertà, e la libertà raramente si insegna a scuola.

Ed ecco che quindi si rendono necessarie le scuole alternative, quelle per le persone adulte che vogliono e possono recuperare il loro bagaglio di felicità perduta. Scuola di politica, di femminismi, di pratiche che scardinano i sistemi di apprendimento tradizionali, e introducono l’elemento della trasformazione come anelito al miglioramento della propria condizione di vita. Ma nelle scuole, nei campi femministi, nei luoghi in cui si disimpara e si impara nuovamente cosa vuol dire abitare il mondo e sentirlo a nostra misura, si impara anche a condividere la felicità attraverso lo scambio e il desiderio di andare oltre…

Questo oltre per me è iniziato nel 1999 quando ho frequentato la mia prima scuola politica di donne. Questo oltre ha sedimentato per tutti questi anni, il mio modo di fare politica, di stare dentro le relazioni, di imparare a volermi bene attraverso lo scambio e il confronto con altre soggettività che hanno posizionato il mio stare al mondo attraverso delle scelte, anche scelte di felicità.

Sentiamo questo tema fondamentale in questo nostro momento storico e politico. Da un anno quasi, abitiamo luoghi e spazi risignificandoli con i nostri corpi, con il nostro agire, con pratiche e obiettivi che si interscambiano e finalmente dialogano. Il movimento di Non Una di Meno, le nuove realtà di donne femministe che hanno visto la luce, le realtà consolidate che hanno trovato nuovi stimoli e nuovi aneliti, le nuove forme di lotta politica, portano con sé l’energia di questo cambiamento, i semi di una nuova alleanza politica che sento potente quanto potente è la spinta all’essere felici.

Felice mi sono sentita quando ho manifestato a Roma contro la violenza sulle donne a novembre scorso, ed eravamo tante e tanti, felice mi sono sentita quando ho partecipato alle assemblee di Non Una di Meno sentendomi di nuovo parte di un movimento…felice mi sono sentita quando abbiamo fondato Le Funambole e ho toccato con mano l’eccitazione di costruire un nuovo giardino con fiori coltivati già da tempo…

La cura, la dedizione, la perseveranza che mi fa sentire parte di Befree, a distanza di dieci anni e che mi ha permesso di rileggere il mondo con occhi diversi e di poter dare vita ad una nuova avventura, anche questa è pratica di felicità, perché dentro contiene la resistenza di donne che insieme a me, instancabilmente continuano a credere nella diversità in qualsiasi angolo essa si manifesti….

Felice mi sono sentita quando abbiamo costruito questa nuova edizione della scuola, con la consapevolezza che la felicità può scardinare ogni discorso sulla violenza, sul dolore, sulla sofferenza, generando una narrazione differente, una narrazione che non parta dall’infelicità, ma dalla spinta al cambiamento, alla trasformazione, alla gioia perché partendo dalla gioia e dal senso di sé, è possibile riscoprire l’amore per se stesse/i e questo, ancora oggi, per me è davvero rivoluzionario.

 

 

 

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Un pensiero riguardo “La felicità si sceglie. Be free, be happy: un’intervista con Antonella Petricone.

  1. L’ha ribloggato su NON UNA DI MENO MACERATAe ha commentato:
    Vorrei Riproporre in questa sede un’intervista fatta ad Antonella Petricone dal Collettivo Paolo Uccello.

    Presidente dell’associazione socio-culturale Le Funambole da giugno 2017, da sempre, appassionata di politica, letteratura e storia delle donne, attraversa spazi di cultura e di politica femminista, sperimentandosi in laboratori di donne e scuole politiche in ottica di genere dal lontano 1999. Ha fatto parte della staff del campo donne di Agape, oggi campo femminista, dal 2011 al 2017. È’ ideatrice e organizzatrice della scuola politica estiva della Cooperativa sociale Befree di cui è socia, che organizza e promuove da sette anni, con passione e dedizione. Insegna lettere, presso la scuola media statale dal 2014, con la consapevolezza che il primo luogo in cui si insegna e si impara la cultura del rispetto fra i sessi, è proprio la scuola. La sua stanza tutta per sé, sono i libri, le compagne, l’amore per se stessa e per il suo lavoro e la propria libertà.

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