Questo uomo no. Un’intervista a Lorenzo Gasparrini.

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Lorenzo Gasparrini è blogger, attivista antisessista e papà di due figli. Dottore di ricerca in Estetica, ha collaborato con diverse Università italiane. I suoi interessi sono il linguaggio comune tra estetica e letteratura, il rapporto tra funzionalità e bellezza nell’architettura e nel design, lo studio dei media e degli stereotipi sessisti nel linguaggio e nelle immagini. Ha contribuito con i suoi scritti a varie raccolte e antologie. Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni è il suo primo libro.
Per saperne di più: http://questouomono.tumblr.com/: Questo uomo no (Contro lo stupido, ipocrita, diseducativo, violento machismo dilagante, segnalo qui ogni scritto, immagine, rappresentazione, disegno, spot, che racconta un tipo di uomo che non mi piace. A insindacabile giudizio di un “normale” uomo etero quale io sono: Lorenzo Gasparrini) e https://lorenzogasparrini.noblogs.org/ : April Son Organizer, raccolta di tutte le varie attività dentro e fuori dal web.

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Nel tuo blog personale Questo uomo no, ti posizioni molto chiaramente quale un “normale” uomo etero. Il tuo attivismo si fonda sul partire da sé, una pratica politica e personale nata con il femminismo. Come è avvenuto il tuo incontro con il pensiero femminista? Come ti sei accorto che le pratiche dei femminismi potevano essere assunte e agite anche dagli uomini e, in particolare, dagli uomini eterosessuali?

L’incontro è stato del tutto casuale: studiando all’università ho trovato nel mio percorso, per affinità di argomenti con quello che cercavo, testi femministi molto interessanti. Appena ho cercato di condividerli e usarli, i docenti mi hanno fatto capire col loro atteggiamento di rifiuto quanto forte fosse l’ostracismo verso i femminismi. Questa opposizione immotivata mi ha messo di fronte a un potente pregiudizio, e al meccanismo che lo perpetuava in ambito accademico. La realtà dei testi che leggevo mi diceva altro, e sono andato avanti per mio conto, cominciando un percorso personale e politico seguendo quello che certamente non era stato scritto per me, ma che potevo “tradurre” anche in pratiche e riflessioni per il mio essere uomo etero. Il mondo che i femminismi descrivono è anche il mio, ovviamente, non parlano di un altro pianeta: verificato il ruolo oppressivo dell’eterosessualità maschile, mi sono assunto delle responsabilità che trovavo, e ancora trovo, inevitabili. Tutto qui.

Sostieni che l’innegabile privilegio maschile eterosessuale, conferito per nascita dal patriarcato, ha un prezzo non solo per gli altri generi ma anche per quello che lo abita. Questa consapevolezza non è tuttavia scontata per nessun genere. Tu come vivi questo privilegio?

Cercando costantemente di farne a meno, anche se non posso illudermi di cambiare da solo una situazione sociale rinforzata da comportamenti, linguaggi e istituzioni funzionanti da secoli. Non sarà un cambiamento attuabile in una generazione, ma si possono cominciare a diffondere dubbi, critiche e pratiche diverse che portino a una consapevolezza più diffusa di quel “prezzo” così alto. Sono convinto – anche perché non lo dico certamente solo io – che la stragrande maggioranza dei mali sociali e personali di cui soffrono gli uomini eterosessuali, e di cui fanno soffrire gli altri generi, ha origine nella gerarchia patriarcale. Lavorare alla sua dissoluzione, detto in poche parole, fa bene a tutti e tutte.

Critichi e agisci la decostruzione del privilegio che il patriarcato ti ha assegnato per nascita come attivista e questa pratica coinvolge ogni parte del tuo vissuto quotidiano. Come agisci questa decostruzione? Quanto costa?

Faccio attenzione continua al mio linguaggio, agendo sulle espressioni che uso e su quelle che sento cercando di porre l’attenzione a ogni tipo di sessismo. Allo stesso modo m’interrogo sul potere che passa in ogni tipo di relazione personale, sia affettiva che lavorativa o di conoscenza. Mi sforzo di essere costantemente ironico, soprattutto verso me stesso, prendendomi poco “sul serio” e tendendo sempre conto della parte nascosta dei fenomeni, di ciò che li fa essere così e non altrimenti. Cerco per questo continui confronti con femminismi diversi, e con persone di sesso, genere e orientamento diversi dal mio, perché credo che solo la pratica politica comune con corpi diversi dal mio possa farmi accorgere di ciò che, per inevitabile educazione patriarcale, non vedo, non percepisco. Tutto ciò costa amicizie finite, molta incomprensione diffusa e una sorta di stranezza sociale che mi viene attribuita – pazienza, la scoperta di relazioni migliori e la fine di molte angosce collegate a una “normale” mascolinità sono ricompense più che sufficienti. In più, grazie all’attivismo, scopro una enorme “richiesta” di persone che si occupino di tutto questo. Segno che tanto strano quello che faccio non è.

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Provieni da studi filosofici. Quanto sono serviti da strumento di interpretazione della realtà e quanto ritieni siano utili nel tuo essere un attivista?

Non riesco a pensarmi altro che filosofo, e non immagino altro ambito di studi importante come questo per quello che faccio. Per me quella filosofica è un’attitudine necessaria, seppure non per tutti allo stesso modo, per una vita sensata: si tratta di criticare costantemente i fondamenti della propria esistenza. Lo scopo è di vivere pienamente la propria libertà possibile, costruendosi una vita scelta e non coatta all’interno di una comunità e di un ambiente che non ho scelti, ma che non ho alcun diritto di sfruttare né di prevaricare in nessun modo. Questo non vuol dire affatto però che gli “studi filosofici” siano necessari. Quello che per me è necessario è interrogarsi su quali poteri passano nelle relazioni in cui nasciamo e ci troviamo a crescere e vivere, ma questo si può fare anche da analfabeti, con pratiche di vita e forme di coesistenza che portino quelle relazioni fuori da ogni forma di violenza e di sfruttamento.

Leggendo il tuo libro, Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, si incontra un linguaggio fruibile che rende chiara e comprensibile la complessità senza svilirla e mortificarla. Quanto ritieni sia importante ed efficace questo lavoro di veicolazione dei saperi?

Lo ritengo, semplicemente, fondamentale. Nessun pensiero ha il diritto di rendersi incomprensibile, anche se non deve onestamente nascondere la complessità di cui si occupa. Così come non credo negli slogan e nelle sintesi eccessive, non credo neanche, come ho detto sopra, che le questioni di genere o le filosofie femministe siano robe da iniziati o iniziate, cose elitarie, escludenti. Quello che ho cercato di fare è di esprimere in maniera comprensibile una complessità, senza nasconderne alcuna difficoltà, perché costruire un’alternativa al patriarcato vigente è sia difficile che complesso. Ma di certo non è impossibile.

Sei padre di due figli maschi e il tema della genitorialità ti sta molto a cuore. Gestisci un blog, La benché minima idea, che si occupa di paternità e sei molto attivo in altre realtà on – line che trattano di genitorialità. In una società ancora permeata dal patriarcato, quanto è difficile essere un genitore che rigetta il maschilismo e che cerca di trasmettere ai propri figli l’autodeterminazione maschile?

È molto difficile, perché intorno a te il patriarcato continua a funzionare, a produrre codici, simboli, linguaggi efficaci ed efficienti soprattutto per te che sei maschio ed eterosessuale. Però ho il grande vantaggio, da padre, di vedere anche con gli occhi di due bambini le cose che ho intorno: questo mi permette di imparare e di fornire strumenti critici utili e sensati per quella complessità di cui parlavo sopra. La vita accanto a due bambini mi ha fatto capire quanto sia stato forte il condizionamento patriarcale su di me – e su ogni altro uomo eterosessuale bianco occidentale – adesso che vedo quanto potere esercita su loro due. Quello che posso fare ora è dotarli degli strumenti critici per mettere in discussione quei condizionamenti, in modo che le loro scelte ne siano il più possibile libere – e parlare di tutto ciò a ogni altro genitore che incontro.

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Come uomo e come padre ti esponi in prima persona, nella vita e sul web dove sei molto attivo. Crediamo che chi ha assaporato l’euforia dell’autodeterminazione, per quanto difficile da agire, sia mosso dall’esigenza di trasmettere questa consapevolezza affinché tutti i generi possano un giorno autodeterminarsi. Nel tuo essere attivista come convivono esigenza e speranze?

Vi ringrazio per aver usato la parola euforia, che trovo giustissima per descrivere la costruzione autonoma della propria identità, e che mi aiuta a rispondere: esigenze e speranze convivono senza problemi, perché l’attivismo è divertente. Incontrare, imparare, diffondere, comunicare tutto questo è prima di tutto un gran divertimento. Senza questo piacere, non credo proprio che avrei cominciato a fare nulla di femminista.

E infine: cosa significa per te essere un uomo?

Diventarlo liberandosi da definizioni e poteri ingiustamente gerarchici, mettendosi costantemente in discussione conoscendo altre forme di vita, altre pratiche, altri corpi e altri pensieri, lottando perché tutte queste diversità siano possibili e libere in modo da rendere possibile e libero anche me. È complicato? Lo so, ma l’ho detto prima: è pure la cosa più divertente.

 

 

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2 pensieri riguardo “Questo uomo no. Un’intervista a Lorenzo Gasparrini.

  1. l’eterosessualità di per sè non è oppressiva, il modo in cui certi maschi la vivono lo è. Comunque oggi in occidente un uomo (e anche una donna) una volta adulto decide che tipo di uomo essere nel bene e nel male

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