Claudio Morandini – (quasi) una recensione, anzi due

Ho conosciuto Claudio Morandini per caso, grazie a un algoritmo, uno di quei consigli a fondo pagina che ti informano che, a seguito di un acquisto o di una lettura, ‘potrebbe piacerti anche’ -per la cronaca, di solito non mi piacciono.
Dico questo perché non riesco a ricordare cosa avessi letto, quel giorno, da innescare un collegamento con lui, perché Claudio Morandini non somiglia a niente che avessi già letto in precedenza.

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La buona letteratura deve tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo – Intervista a Marta Zura-Puntaroni

Marta Zura-Puntaroni è nata a San Severino Marche e vive a Siena, dove ha studiato letteratura ispanoamericana. Lavora come social media manager nel campo della moda e cura il blog Diario di una SnobGrande Era Onirica (2017, Minimum fax) è il suo romanzo d’esordio, ne trovate una nostra (quasi) recensione qui.

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Grande Era Onirica è un romanzo che contiene una componente emotiva forte, scritto in maniera molto asciutta. Ogni descrizione di fatti, luoghi, stati fisici e mentali viene resa in maniera chirurgica, attraverso un’accuratissima ricerca stilistica e lessicale. Quanto lavoro richiede questo rigore? Quanto costa, in termini emotivi, scrivere un libro come questo?

Voglio essere molto sincera: costa di più non scriverlo, in termini emotivi. Costa sicuramente di più non riuscire a scriverlo, o scriverlo e non sentirlo giusto, tuo. Non rigoroso, appunto. Una volta che ho concluso il romanzo come volevo, tutto il processo dietro ha acquistato senso e oggi non riesco più a sentire quanta fatica ho fatto. Credo sia giusto così.

Narri di un corpo sano, per genetica, che la protagonista descrive quasi come il meccanismo di un orologio e che diventa strumento di mediazione tra sé e il disagio psicologico. Solo il corpo e le pratiche che la protagonista mette in atto attraverso di esso sostengono un’esistenza privata del baricentro emotivo. Traspare, in questo, una consapevolezza rara: quanto lavoro e quanto scavo interiore c’è dietro di essa?

Risposta breve: dieci anni di psicoterapia che, nonostante tutti oggi mi dicano “sei guarita! ma perché continui ad andare dalla psicoterapeuta?”, continuo con convinzione.
C’è questa illusione che la mente, l’inconscio sia una specie di tazza a cui a un certo punto si spacca il manico: il compito della psicoterapia sarebbe incollarlo e farti tornare utilizzabile, e tutto finisce lì.
Secondo me l’inconscio è più simile a un sistema idraulico che a lungo andare rischia di ingorgarsi e farti trovare due dita di acqua sporca e saponosa a lambirti il tallone mentre ti fai la doccia.
Nel mio caso il sistema idraulico ha allagato casa e fatto marcire un bel po’ di mobili a cui ero pure molto affezionata: adesso ho intenzione di mantenere quello scarico perfettamente pulito e libero. Per questo continuo incessantemente a lavorare su di me e sulla mia percezione di me.
Capisci che una tendenza così radicata all’autoanalisi non poteva non riflettersi nella scrittura di GEO. Ma non è egocentrismo, credo: è buona manutenzione.

In questo libro tratti una tematica difficile da portare in un romanzo e che non siamo abituati ad affrontare con questa schiettezza. Marta, la protagonista, è un personaggio onesto, che non chiede niente al lettore, non si sforza di entrare in empatia, non risparmia dispiaceri e non cerca di mostrarsi migliore. È un’operazione affascinante e coraggiosa che abbiamo molto apprezzato, perché punta tutto sulla qualità letteraria della tua opera senza elemosinare comprensione. Quale esigenza ti ha mosso e quali erano le tue aspettative?

Odio qualsiasi prodotto di finzione gentile. Ok, va bene, magari non lo “odio”, ma non è il prodotto di finzione – libro o film o quello che vuoi – che mi interessa, che mi rimane, che ricordo, che voglio nell’arte e dall’arte. DFW diceva che la buona letteratura – lo scrivo anche nel libro – deve tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo. Io ho passato una vita intera da turbata, e non è nella scrittura gentile, edulcorata, “politicamente corretta” che ho mai trovato conforto. Volevo scrivere qualcosa che confortasse persone come me, e turbasse chi non era come me, e fare buona letteratura. Spero di esserci riuscita.

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Tratteggi una condizione di tipo borghese senza però cadere nei cliché della narrazione borghese: per Marta la sofferenza non porta a creatività o redenzione e incarna, al netto della patologia, la condizione della sua generazione; questo rende Grande Era Onirica specchio del contemporaneo. Anche Giuseppe Berto, ne Il male oscuro, descrive una condizione di tipo borghese nell’affrontare un disagio psicologico, fotografando il suo tempo; laddove Berto descrive e affronta la psicopatologia coi modi e i mezzi della sua epoca, tu lo fai assumendo il punto di vista della tua. Ti è capitato di pensarci?

Io non so se sono specchio di qualcosa, e non so se – mi permetto di continuare il confronto che tu molto generosamente fai – in qualche modo “aggiorno” Il male oscuro. So però che il mito dell’artista triste e per questo creativo è un’idiozia pericolosa. Nel mio romanzo cerco di tenermi lontano da trucchi emotivi e letterari, e fra i trucchi ci metto sicuramente la ripetizione di forme e situazioni che forse in un altro tempo avevano senso ma oggi sono una forma di consolazione e autoinganno.

Mostri grande maestria nel parlare e trattare del tempo, rendendo bene l’incedere della malattia psicologica. La protagonista è intrappolata nella struttura concentrica delle ere oniriche e il tempo scorre come gli scomparti del portapillole che lo scandisce. Descrivi benissimo la circolarità e la perdita del senso del tempo, tipico della malattia. Come ci riesci?

Sono sempre stata affascinata dal Tempo – e ci metto la lettera maiuscola. Le Grandi Ere Oniriche sono modellate sulle ere geologiche – GEO è l’acronimo del titolo, ci tengo molto – quindi su un’analisi dei tempi del pianeta, dei conseguenti mutamenti. Mi piaceva parlare dell’essere umano come se fosse un pianeta, dilatando la sua esistenza su milioni di anni, far diventare ogni attimo immenso e poi – appena la pagina dopo – invertire il percorso, zoomare indietro, e ridurre tutta la razza umana a un millisecondo già passato nella storia dell’universo.
Una persona depressa, che non riesce più a mettere a fuoco bene, a trovare la giusta posizione in questa scala – la voglia di ammazzarti scatenata tanto da una puntura di zanzara oppure dalla consapevolezza che tra un milione di anni la razza umana non esisterà più – deve ritornare alle basi. Secondi, minuti, liturgie minime che diano senso alla vita.

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Il tuo è un libro molto materico. Quanto rigore stilistico e quanto lavoro è necessario per rendere funzionale alla narrazione, algida senza diventare libro di anatomia, la descrizione del sesso e dei corpi?

Dici “senza diventare libro di anatomia”, però io devo confessare che i libri di anatomia, le enciclopedie, i dizionari, i saggi divulgativi e illustrati sono stati fondanti per il mio lessico. Da piccola – alle elementari – odiavo la matematica e passavo ore a cercare di finire i compiti per il giorno dopo, distraendomi di continuo. Mio nonno, l’adulto preposto ad assicurarsi che andassi a scuola con tutti gli esercizi fatti, mi lasciava sola nello studio di casa, sperando che in assenza di stimoli infantili – giochi, cartoni animati, amichetti – finissi prima. Ora, c’è da parlare di questo studio: la casa della mia infanzia è stata costruita da mio nonno, che oltre alle stanze usuali aveva voluto metterci anche uno studio – probabilmente negli anni ’60 avere una stanza del genere dava un’idea signorile, alto-borghese. C’era una scrivania, e una libreria: l’unico problema di questa libreria: era vuota, mio nonno non era andato molto oltre le elementari e non aveva una quantità di libri tale da riempirla tutta. Così finì per comprare al metro tutti i libri di un notaio morto senza figli e dei cui volumi gli eredi legittimi volevano disfarsi: quei libri – come ho già detto: saggi, dizionari, enciclopedie, tutti risalenti agli anni ’20, alcuni anche di fine ‘800 – mi hanno fatto compagnia per interi pomeriggi di compiti di matematica non fatti, formando la mia lingua e rendendola quello che è ora. Secondo me un tempo i libri scientifici erano scritti con una cura letteraria molto maggiore, avevano una lingua bellissima, musicalità assolute: leggevo parole di cui non conoscevo minimamente il significato e che magari non erano neanche più reperibili nei dizionari attuali e le ripetevo per giorni interi, erano meravigliose.
Ho bisogno di rigore e concentrazione per tirare fuori scene o dialoghi che mi soddisfino, che suonino, che siano belli – al contrario con le descrizioni o digressioni che, come vedi pure ora, sono parte integrante della mia maniera di scrivere questo problema non si pone mai.

Leggendoti, per rigore stilistico, lessicale e per matericità, abbiamo pensato a Giorgio Vasta. Sappiamo che anche tu ne sei un’estimatrice, ha influito nella tua formazione di scrittrice? Cosa ti piace leggere?

A dire il vero ho conosciuto Giorgio Vasta – in carne e ossa e libro, tutto insieme – molto tardi, negli stessi giorni in cui ho conosciuto Alessandro Gazoia, l’editor che mi ha fisicamente tirato fuori Grande Era Onirica. Stavo chiacchierando con Alessandro al Salone del Libro 2015, quando mi ferma e mi mette tra le mani una copia del Tempo Materiale, senza capacitarsi di come fosse possibile che ancora non l’avessi letto. Poi siamo andati da Giorgio, che era lì a fare una presentazione, e me lo sono fatta autografare.
È l’ultima cosa che ho letto prima di iniziare a scrivere Grande Era Onirica.
La mia formazione è forse un po’ atipica: gli aspiranti scrittori di solito leggono molti contemporanei per capire “che aria tira”, quali sono gli stili che vanno, i tipi di scritti che vengono pubblicati, insomma: per capire come scrivere e come collocare il loro scritto nel panorama dell’editoria italiana, a chi proporlo. Non lo dico come una critica, sia chiaro. Giusto così.
Ma io non sono mai stata un’“aspirante scrittrice”, quindi ho sempre letto “morti”.
La selezione naturale del tempo è confortante, è più difficile incappare nel libro mediocre ma che tutti consigliano perché la casa editrice ha un buon ufficio stampa. E poi i corsi dell’università raramente si interessano ai vivi, quindi i consigli che avevo dai miei professori, dalle persone che stimavo davvero, erano quasi sempre di roba “fuori diritti”.
Da ragazza ho letto molti classici: amo Guerra e Pace alla follia, se non lo rileggo almeno un paio di volte l’anno (in parte, almeno) mi sembra di non avere una base per decifrare il mondo. Ho adorato Moby Dick, Middlemarch, i Buddenbrook, Lolita, Cime Tempestose, molto Dickens, molto D’Annunzio, tutta la Austen – e poi ho una passione morbosa per Via Col Vento. Spero di passare la mia vecchiaia nella casa di famiglia, nelle Marche, a tradurlo come vorrei io mentre allevo gatti siamesi, ma questo magari non era il caso di dirlo.
Comunque quando rispondo a questa domanda baro un po’… Perché pure io ho letto molto gli americani contemporanei, a cominciare da DFW. Avevo letto molto meno gli italiani contemporanei, e per quel che avevo letto non mi convincevano. Eccezione fatta per Walter Siti che però non riesco a considerare mio, nostro contemporaneo.
Vasta, dunque, è stato il primo autore italiano vivente che ho trovato immenso come tutto quello che avevo letto prima.

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Attorno al tuo libro si sono accese delle polemiche: la descrizione della piattezza dei sentimenti derivante dall’assunzione di farmaci è stata impropriamente identificata con un’apologia dello stato di alterazione dato dalle droghe. In realtà ciò che scrivi è ben poco fraintendibile, anzi delinei con grande rigore e puntualità le terapie farmacologiche e psicologiche. Marta subisce l’appiattimento dei sentimenti, il silenzio dei piaceri e delle sensazioni, lo strazio dei primi ventuno giorni di terapia e la paura degli effetti collaterali, lo sgomento nell’apprendere che solo i farmaci, quei farmaci che la includono nello spazio stigmatizzante della psicopatologia e che la rivelano malata cronica, possono darle speranza di sollievo. Perché una narrazione così chiara viene svuotata di senso e letta per ciò che non è?

In moltissimi si sono fermati ai primi capitoli del libro, dove Marta-protagonista parla delle sue “dipendenze”, associando quindi la parola “dipendenze” anche agli psicofarmaci che poi, nel corso del romanzo, vengono assunti, e dando loro una valenza negativa, che come tu ben dici, non è assolutamente quella che voleva essere trasmessa e che viene trasmessa dal libro.
Ho ripetuto più volte che se c’era uno scopo “politico”, “esterno” del libro era proprio questo: dire che la depressione esiste, è normale, può essere curata. È facile attraversare una terapia psicofarmacologica? No: è un percorso lungo, sfiancante, in cui una persona ormai completamente priva di fede e di speranza – la persona depressa – deve dare fede e speranza a un medico e sperare che vada bene. Presentarsi ogni settimana nello stesso ufficio, analizzare ogni singola variazione dei propri stati mentali e fisici e da lì ricalibrare le dosi, valutare se sospendere una sostanza o introdurne un’altra – e a ogni sospensione o introduzione sapere che ci saranno dei tempi di assestamento con effetti collaterali, giramenti di testa, sonnolenze o insonnie, inappetenze o fami voraci, tremori, e così via. Ma non è quello che accade con ogni terapia forte e continuata per ogni malattia – mi perdonino il termine quelli che non credono nella depressione come “malattia grave” – grave?
Però nulla fa paura come la depressione, o come le malattie psichiatriche in genere: nulla spaventa come una persona che prende degli psicofarmaci. Sono stata per anni e sono tuttora in cura dal mio psichiatra, tuttora prendo dosi minime di antidepressivi per evitare ricadute: eppure come ne parlo – ma hai provato l’omeopatia? i Fiori di Bach? a meditare? a bere un bicchiere di latte prima di andare a dormire? dovresti uscire di più! ma ormai non sei guarita? perché non vai qualche giorno in vacanza?
Già bevo il latte tutte le sere, e già vado in vacanza. E smetterò del tutto con gli psicofarmaci. Però la depressione non si cura coi Fiori di Bach. In Marta protagonista ho trasposto la me che cerca di salvarsi attraverso la psicoterapia e la psicofarmacologia, descrivendo i momenti peggiori del mio percorso, gli sconforti, gli effetti collaterali: è una storia che turba, ma da cui la gente si può distanziare vedendo gli psicofarmaci non come cura che ancora non ha dato risultati ma come causa di quei disagi che dovrebbe cercare di curare.
Ma la Marta autrice, la Marta che attualmente è sana, produttiva, serena e stabile, forse spaventa ancora di più: perché se sono qua, e sono viva, e scrivo lo devo anche alle “droghe” e “dipendenze” che dall’esterno vengono sempre e comunque percepite come negative.

Piccole gioie volatili.

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Eravamo già molto lieti per l’intervista che ci avevano rilasciato Paolo Primavera e Alice Rifelli di Edicola Ediciones. Siamo ancora più lieti di sapere che il ponte di libri e di parole continua ad unire lingue e culture.

Diego F. Barros ci ha chiesto di poter tradurre la nostra intervista in spagnolo per il suo blog, Razones editoriales. Foro para una edición crítica. Abbiamo accettato con entusiasmo e lo ringraziamo per questo inaspettato riconoscimento.

Trovate qui la traduzione.

 

La buona letteratura deve tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo – Intervista a Marta Zura-Puntaroni

Marta Zura-Puntaroni è nata a San Severino Marche e vive a Siena, dove ha studiato letteratura ispanoamericana. Lavora come social media manager nel campo della moda e cura il blog Diario di una SnobGrande Era Onirica (2017, Minimum fax) è il suo romanzo d’esordio, ne abbiamo scritto una (quasi) recensione qui.

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Grande Era Onirica è un romanzo che contiene una componente emotiva forte, scritto in maniera molto asciutta. Ogni descrizione di fatti, luoghi, stati fisici e mentali viene resa in maniera chirurgica, attraverso un’accuratissima ricerca stilistica e lessicale. Quanto lavoro richiede questo rigore? Quanto costa, in termini emotivi, scrivere un libro come questo? Continua a leggere “La buona letteratura deve tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo – Intervista a Marta Zura-Puntaroni”

Grande Era Onirica – (quasi) una recensione

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Per parlare di questo libro devo partire da una doverosa premessa, anche se non mi fa onore: ho visto Grande Era Onirica per la prima volta in una libreria di un centro commerciale milanese; avevo in mano un uovo di pasqua (impietosa collocazione temporale) e il cuore molto leggero, lui era bellissimo, nella sua veste scura di grafica elegante. L’ho sfogliato, forse troppo distrattamente, e l’ho rimesso a posto. Ne ero attratta ma non riuscivo a decidermi, mi apparivano tutti gli spettri delle cattive narrazioni sulla depressione lette negli anni, celebrazioni del dolore come forza creativa, apologie del sonno chimico come spazio di felicità, la psicopatologia come superpotere. Insomma, avevo in mano un uovo di pasqua e in tasca un piccolo pregiudizio.
Nei mesi a seguire l’ho visto ancora, in scaffali diversi: io senza uovo di pasqua, con abiti più leggeri, il suo nome in agenda, la sensazione di non essere nel momento giusto per leggerlo: so che sembra cosa da poco, ma la verità è che prendere in mano un romanzo che tratti di depressione, per me, equivale al mio turno in una roulette russa in cui lo scopo sia l’impatto col proiettile, e io ero reduce da svariati clic.

Grande Era Onirica mi ha spiazzata.
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Questo uomo no. Un’intervista a Lorenzo Gasparrini.

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Lorenzo Gasparrini è blogger, attivista antisessista e papà di due figli. Dottore di ricerca in Estetica, ha collaborato con diverse Università italiane. I suoi interessi sono il linguaggio comune tra estetica e letteratura, il rapporto tra funzionalità e bellezza nell’architettura e nel design, lo studio dei media e degli stereotipi sessisti nel linguaggio e nelle immagini. Ha contribuito con i suoi scritti a varie raccolte e antologie. Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni è il suo primo libro.
Per saperne di più: http://questouomono.tumblr.com/: Questo uomo no (Contro lo stupido, ipocrita, diseducativo, violento machismo dilagante, segnalo qui ogni scritto, immagine, rappresentazione, disegno, spot, che racconta un tipo di uomo che non mi piace. A insindacabile giudizio di un “normale” uomo etero quale io sono: Lorenzo Gasparrini) e https://lorenzogasparrini.noblogs.org/ : April Son Organizer, raccolta di tutte le varie attività dentro e fuori dal web.
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Diventare uomini. Riflessioni sul libro di Lorenzo Gasparrini.

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Credo che sia doveroso posizionarsi prima di prendere parola rispetto alle questioni di genere. Lo fa Lorenzo Gasparrini, autore di Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, in apertura del suo libro.

Ci ho pensato tanto a cosa scrivere per parlarne, a come scrivere. Ho tentato mille incipit, invano. Il problema stava proprio nel posizionamento. Non so se sia coraggioso, qualcuno lo dirà, credo che sia soprattutto doveroso. Mi chiamo Filippo Roberto, o almeno così mi chiamerò a breve anche per lo stato italiano, e sono un uomo transessuale. Continua a leggere “Diventare uomini. Riflessioni sul libro di Lorenzo Gasparrini.”