Il mio paesaggio interiore è tracciato da una linea orizzontale. Un’intervista a Adrián Bravi.

Adrián N. Bravi è nato a Buenos Aires e alla fine degli anni ’80 si è trasferito a Recanati. Nel 1999 ha pubblicato Río Sauce, il suo primo romanzo in lingua spagnola, e dal 2000 circa ha cominciato a scrivere in italiano. Tra i suoi libri si ricordano: Restituiscimi il cappotto (Fernandel 2004), La pelusa (Nottetempo 2007), Sud 1982 (Nottetempo 2008), Il riporto (Nottetempo 2011), L’albero e la vacca (Feltrinelli 2013), L’inondazione (Nottetempo 2015), Variazioni straniere (racconti, Eum, 2015), La gelosia delle lingue (saggi, Eum, 2017).

I suoi libri sono stati tradotti in inglese, in francese, in spagnolo e in arabo.

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Alla fine di ogni dolore c’è sempre una forma.

Terza migrazione, terzo bar. Ogni sera meglio. Difficile spiegare a parole cosa ci circonda. In lontananza, confuso tra la musica finto rap latina urlata da una tv, si sente il suono di un organetto. Non sappiamo se sia acufene o un cellulare vecchissimo modello. Ah, no, è una slot machine sapientemente celata da una tenda carta da zucchero che si mimetizza con la parete.

Abbiamo passato l’ultima ora guardando nubi fosche all’orizzonte, mangiando pizza e, soprattutto, parlando di borghesia immobile nel romanzo italiano giacché, uscendo dalla sala dell’incontro, abbiamo subito incontrato Faccia Amica, in compagnia di Un’Altra Storia. Aveva quasi ultimato la lettura di Fedeltà di Missiroli e, come presagiva, provava sentimenti ambivalenti; la discussione che ne è nata, sul tratteggiare la borghesia da un’ottica generazionale dei baby post-riflusso, contrapposti ai cosiddetti baby boomers, ci appare lontanissima nello spazio e nel tempo ora che ci troviamo qui, in questo bar che ci tollera con falsa cordialità, anzi diciamo con malcelato disgusto. Attorno a noi la gente, stavolta piuttosto agè, sbadiglia, maledice il cattivo tempo e parla un idioma incomprensibile anche a noi che siamo autoctoni. Ci cacceranno a breve, lo sentiamo nelle vecchie ossa.
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Malattie immaginarie ma comunque dolorose.

Altra presentazione altro bar, forzatamente. Non ci è dichiaratamente ostile, caratteristica che invece noi ricerchiamo con cura quasi maniacale, diciamo che ci ignora. Quando ordiniamo il consueto tè il barista corpulento, fasciato in una maglietta griffata Varnelli, un po’ ci schifa e ci fornisce una sola bustina da dividere in due. Almeno l’acqua è abbondante.

(“Lo verso?”
“Aspetta ancora un po’ che si carichi, questo è il tè di Zio Paperone.”
Sorseggiamo. Se non ci fosse stata la fetta di limone questo tè non avrebbe avuto sapore.)

Il tavolo di fianco ospita un nutrito gruppo di finti giovani senza età, sempre uguali a sé stessi dal 1998.  I vecchi giocatori di carte sono relegati in un privé, ci mancano un po’. La musica non lascia scampo, sinuosa e sensuale, si abbina perfettamente agli arredi, che a loro volta matchano perfettamente con gli avventori. È il 1998, se uscisse fuori Dominque Fidanza nessuno se ne stupirebbe, ma questa è un’altra storia. Siamo entrati incerti, il mood non ci sembrava foriero di buona ispirazione, ma poi abbiamo pensato che dovendo parlare di famiglia, di provincia e di borghesia, di tempo che procede o che si ferma, non potevamo trovare posto migliore. E comunque era l’unico aperto. Enjoy the provincia.
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La Pampa, o forse Macerata.

Era la Pampa? No, era Macerata.

È quasi mezzanotte e siamo seduti, circondati da anziani giocatori di briscola, in un bar in odore di imminente chiusura. Il nostro bar di fiducia, che solitamente accoglie la lunga permanenza del Collettivo Paolo Uccello in sessione creativa, era dolorosamente chiuso. Così come gli hipster amano creare negli Starbucks, sorseggiando cappuccini esotici e scroccando wi fi, noi fioriamo in baretti di periferia che sanno di mistrà e di Borghetti.

(Vuoi ordinare il tè, intanto? Cenno di assenso.)
Detto tra noi, abbiamo un po’ di ansia; fuori fa frescolino e paventiamo di dover continuare a scrivere nel ventre caldo di Caino (la consueta Panda).
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Edicola Ediciones + Hernán Chavar. Un sabato diverso.

Caro diario,

quando il nostro caro amico, nonché stimato pittore, Hernán Chavar ci ha invitati alla Libreria Prosperi di Ascoli Piceno non sapevamo che ci saremmo persi più e più volte prima di giungere a destinazione. L’incontro con gli editori Alice Rifelli e Paolo Primavera di Edicola Ediciones che apriva la sua mostra sarebbe cominciato alle 18 e noi volevamo essere lì già alle 17 e 30 a fumare come visir, disquisire di arte e letteratura e farci belli della nostra squisita presenza. E così, dopo un caffè all’Autogrill (erano le 17 e 05 e ci bullavamo vicendevolmente compiaciuti della nostra puntualità), le doverose foto al peculiare camion giallo con la scritta DISCORDIA che si stagliava sull’orizzonte plumbeo, la sciagurata uscita in Val Vibrata (“fammi un po’ mettere il navigatore che mi rassicura, tutto regolare dobbiamo tornare indietro solo di 32 chilometri”), le peregrinazioni su gomma e a piedi per il centro storico e la provvidenziale idea di tornare indietro per chiedere dove avessimo parcheggiato la macchina a degli autoctoni che si sono giustamente presi beffe di noi, eccoci arrivati a destinazione e sono solo le 19 e 35. Complimenti. Ovviamente ci vergogniamo. Ma ormai.
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Ogni fenomeno è in sé sereno. Un’intervista a Giorgio Vasta

Giorgio Vasta (1970); nato a Palermo, collabora con la RepubblicaIl Sole 24 Ore e il Manifesto. Nel 2010 ha vinto il Premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival. Nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013). Suoi racconti sono stati inclusi nelle antologie di Minimum fax Best off 2006 e Voi siete qui (2007) e nella raccolta I persecutori(Transeuropa, 2007). Ha pubblicato Il tempo materiale (Minimum fax, 2008), Spaesamento (Laterza, 2010), Presente (Einaudi, 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia e Paolo Nori) e Absolutely Nothing. Storie e sparizioni dei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016, con Ramak Fazel). Dal 2018 è direttore creativo di Book Pride, la fiera dell’editoria indipendente organizzata da Odei (osservatorio degli editori indipendenti).
Di ritorno dalla quinta edizione della fiera, con infinita emozione, abbiamo contattato telefonicamente Giorgio Vasta. Ne è nata una lunga e densa chiacchierata, ricca di spunti  letterari e riflessioni sul linguaggio, il desiderio, il mestiere di scrivere e di interrogarsi e molto altro. Lo ringraziamo profondamente per l’accuratezza.
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Lupa in fabula: il desiderio secondo Manuela Lunati. Un’ammirata recensione quasi arida.

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Lupa in fabula di Manuela Lunati, una raccolta di venti racconti brevi e dieci poesie che danno voce a corpi e anime di donne che non rinunciano al desiderio, mi è venuto incontro in giorni non propriamente allegri per chi non è fan del patriarcato.

Quando mi trovo a constatare la trasversalità di certe brutte idee che avvelenano, con la loro becera banalità, i pensieri di uomini e donne, senza risparmiare le comunità GLBTQ, sento il bisogno di incontrare testi come questo, narrazioni che possano regalarmi momenti di respiro e di necessaria riflessione (perché io sono d’accordo con Michela Murgia: tutti possono cedere alle lusinghe del fascismo e lo stesso può succedere con le sirene del patriarcato).

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